Torniamo a produrre

L’Italia ha fatto la sua fortuna grazie alla qualità della sua manifattura, grazie alla specializzazione delle piccolissime, piccole e medie imprese. L’Italia è una “nazione artigiana”, un paese incapace di fare sistema - è vero - ma capace di compiere infiniti miracoli individuali. E in una situazione di oggettiva difficoltà economica dobbiamo concentrarci su ciò che sappiamo fare meglio e non disperderci su obbiettivi per i quali non siamo vocati.

La presente e le future generazioni possono avere un futuro di ricchezza e sviluppo unicamente se capaci di realizzare una nuova rivoluzione artigiana che metta al centro l’intreccio tra i vecchi saperi manuali e i nuovi saperi digitali. Lo strumento principe per raggiungere questo scopo è pertanto la scuola, la quale però considera l’attività di laboratorio come qualcosa di marginale. Noi semplicemente dobbiamo ribaltare questa impostazione e rilanciare la cultura del fare.

Con due aggiunte sostanziali:

La prima: creare dei laboratori formativi che siano aperti e diretti agli artigiani, alle piccole e medie imprese, alla cittadinanza. Oggi le scuole sono mondi sconosciuti a chi non ha figli. Abbiamo la necessità di portare la cittadinanza dentro le scuole per imparare mestieri che possono rappresentare una svolta economica nella vita delle persone.

La seconda: il finanziamento di queste infrastrutture non deve passare attraverso le solite elargizioni regionali o nazionali. C’è bisogno che insegnanti e presidi propongano al mercato della formazione un’offerta capillare. Gli italiani hanno sempre investito di fronte a concrete opportunità di crescita e sviluppo della propria vita, della propria realtà economica. La scuola prenda un impegno con la società che la circonda, si assuma delle responsabilità. Se verrà loro proposta, gli italiani investiranno sulla qualità e sulla concretezza didattica che fornisca loro strumenti davvero utili per ottenere una vita migliore.

Molti economisti affermano che nei prossimi anni il mondo conoscerà un processo ancora più marcato di polarizzazione della ricchezza: il dieci per cento della popolazione ne deterrà la maggior parte. Molti, fra gli altri, vivranno in grande indigenza con una progressiva scomparsa della classe media. Tutto ciò ha delle implicazioni sociali e politiche inimmaginabili. Il ritorno alla manifattura è dunque la via maestra, almeno per la società italiana, per mutare questo scenario.
Se vogliamo evitare un destino di generale impoverimento, dobbiamo disarticolare questa visione e dobbiamo promuovere un modello di sviluppo alternativo italiano realizzando le condizioni materiali per far tornare davvero fertile il terreno della manifattura italiana, per far nascere, rigenerare ed accogliere chi produce. Sostenere un’economia del fare è la strada migliore, forse l’unica, per ricostruire una classe media in grado di ottenere redditi stabili nel tempo all’interno di un meccanismo che ci rende riconoscibili da un punto di vista economico e culturale.

La politica dei redditi non deve passare più dallo Stato ma dalla capacità di trovare uno spazio nella divisione globale del lavoro. Solo un deciso ritorno alla manifattura può mutare lo scenario che abbiamo davanti. Se ci riusciremo daremo risposte utili anche da un punto di vista politico e sociale. Perché questo modello economico tradizionale offre stabilità nel lavoro, offre partecipazione alla vita delle imprese, offre la possibilità di tenere insieme le persone in modo sostenibile.

E per noi italiani questo è il modello preferibile da adottare. Siamo manifatturieri per vocazione, noi, da sempre. Dobbiamo produrre per tornare proprietari di noi stessi.

 


Andrea Claudio Galluzzo

Firenze, Stazione Leopolda, 12 Dicembre 2015