L'estasi del nido

Sull'isola di Palawan, nelle Filippine, ci si arriva con poco più di un'ora di aereo da Manila. Si vola su carrette da diciotto posti che atterrano sulla breve pista in terra battuta di El Nido. Un canale avvolto da una giugla di mangrovie è lì ad attendere sognanti viaggiatori. Noleggiata una jeep della seconda guerra mondiale da un francese zoppo si attraversano fiumi senza ponti e si percorrono quasi due ore di distastrati sentieri in mezzo a giungle di bambù e terrazze coltivate a risaie fino ad arrivare a barangai Teniguiban: un esile villaggio di agricoltori e pescatori, lontanissimo da tutto, che sembra spuntare dalla terra come un palmizio.

Non ci arriva nemmeno la corrente elettrica in quel pacifico agglomerato di capanne sul mare dove i bufali trainano dei carri a slitta: i contadini usano veicoli senza ruote! L'unico ricco è il capo villaggio che possiede uno specchio solare col quale accende, nel collettivo stupore, una sola lampadina! Da quelle bianche spiaggie coralline si salpa verso settentrione su di una canoa con due bilancieri. E' una sorta di catamarano, un'imbarcazione piuttosto instabile: stretta e lunga, molto comune in quei luoghi. Si percorrono quindici minuti di lenta navigazione fino ad un'ampia baia assediata da tamarindi ed alte palme tropicali. Ci vivono due famigliole di pescatori: gente dignitosa e sorridente, gentile e naturalmente educata. Hanno bambini bellissimi che non mancano mai di salutare i pochi viaggiatori che vi approdano.

La notte accende il cielo: è uno spettacolo inimmaginabile. Il buio è assoluto e, più le si osserva, più le stelle, come incuriosite, danno la sensazione di avvicinarsi. Basta stirarsi un attimo e le sfiori. Sono calde e luminose, proprio come il paradiso perduto che circonda quel magico luogo senza nome. Le costellazioni riempiono il buio e abbracciano chi dimostra di desiderarle di più.

La mattina il cielo è fatto di nuvole candide che spariscono nel nulla senza che gli occhi se ne accorgano. In un attimo il sole leviga il viso rendendolo più luminoso. Una lacrima di pioggia su una foglia, un raggio di luce che la sfiora ed il verde si accende. La natura diventa pura emozione. I fiori e le foglie sono la scena che sta dietro alle linee disegnate dalle rondini. Ancora un momento ed è pioggia battente che apre la strada ad un arcobaleno che squarcia il vapore tra isola ed isola. Sopra la volta della foresta una nuvola assomiglia ad un cuore, un paradiso sulla terra, un luogo morbido e gentile, fatto d'acqua, piante, coralli e sensazioni.

Non ho un concetto assoluto di cosa sia il tempo. La mia esistenza trascorre per cicli. Non saprei precisare se lunghi o brevi. E qui, nell'estasi del nido, questi concetti mi sfuggono completamente. Non posso influire sui cicli istintivi: sono imposti da madre natura. Sento il caldo e il freddo, il secco e l'umido. Ci sono percezioni che mi danno piacere, altre che mi fanno male. Conosco la materia di cui sono fatto e, in qualche modo, anche quella che mi circonda. Qui la materia è fluida e rende liberi: permette di vivere più intensamente. Nel resto del pianeta vince la solidità, a volte tanto rigida da ostacolare il respiro vitale. Sono arrivato nelle Filippine da un freddo gelido che mi faceva male: mi bloccava in una morsa dolorosa. Il freddo non mi piace più. Da ragazzo lo amavo. Grazie al mielato calore tropicale sento ovunque un piacevole formicolio: la pelle diviene elastica, l'anima si espande e ritorna grande. Provo un po' di stanchezza per tutto questo risveglio. Poi solo pace.

Quando si sveglia il sole vado a calpestare la sabbia, ad ascoltare felice il lamento amoroso dell'ondeggiar dell'acqua.


Andrea Claudio Galluzzo