L'acqua del cammino

Avvenne a novembre. Camminai a lungo nel nord della Castiglia da Lèon, città legionaria, fino al passo nebbioso del celtico Cebreiro. Non c'era nessuno. Lunghi giorni da solo per i boschi. Giornate profondamente solitarie. Marce da trenta o quaranta chilometri al dì. Mi sono ammazzato di fatica. Volevo forzare tutte le mie possibilità e non certo per sfidare le mie capacità fisiche. L'ho fatto per espugnare il mio cuore.


Ricordo una volta di aver sopportato ben cinque ore d'acqua e una di neve: quel novembre era particolarmente freddo in Galizia ma non ho preso neanche un raffreddore. Ho provato la stessa pace delle immersioni in apnea: finalmente la terra come l'acqua. Un incanto quei boschi, quei villaggi bagnati dalle pioggie atlantiche: luoghi di un mondo interiore più che esteriore.
Il muschio umido, l'erba lunga. Il silenzio come amico. Le foglie come strada, le castagne e le zuppe galiziane per pranzo e per cena. L'inaspettata gentilezza delle persone. Per un attimo la vita si è fermata, non succedeva da almeno vent'anni. Il tempo divenuto da tiranno a servo. Tutto era lento, gentile, naturale. Un grande dispiacere: quasi tutte quelle bellissime, piccole chiese antiche con le porte sbarrate. Dio però era ovunque e non c'era bisogno di concentrarsi in preghiere per trovarlo. Guardavo il sole ed era con me.

Mi era venuta una dannata tendinite tibiale per colpa delle discese ripide e petrose ma, seppure mi avessero invitato a riposare un paio di giorni, ho deciso di finire seguendo l'istinto. Ho pensato che il dolore fosse parte del cammino e che sottrarsi non fosse lecito ad un cristiano vero. Il sacrificio è il mezzo, Cristo la strada. Nell'ultima tappa, passata la cittadina di Arca, sono arrivato su di un poggio dall'erba rasa. Ho guardato l'orizzonte ed ho visto la coppia di campanili della facciata a cortina del duomo di Santiago.

Da quel momento ho iniziato a piangere senza freni. Ero solo. Ho continuato a piangere senza interruzione, senza capire dove tenessi tutte quelle lacrime nel mio corpo. Piangendo per strade lastricate di conchiglie sono giunto in cattedrale, piangendo mi sono confessato, piangendo ho preso ben due messe in latino di seguito senza togliermi, nemmeno per un attimo, il pesante zaino invernale col quale avevo camminato tanto. Non lo sentivo più, ormai era parte di me.
Sono cambiato per sempre. Avevo molto da scontare e ne ho ancora. Avevo tanto da capire e da imparare. E' ancora così.

Succede anche oggi: quando scoppia un temporale vado a prendermi l'acqua per un nuovo battesimo.
Quant'è bella la pioggia.

Andrea Claudio Galluzzo