Il museo di Alessia
All’inizio dell’avventura del Museo della Fiorentina, nella tarda primavera del 2009, mi trovai ad incontrare, colmo di ingenuità, molti dei rappresentanti delle istituzioni. Ce ne furono alcuni attratti dall’iniziativa perché ritenevano che potesse donar loro qualche visibilità. Altri, ben pochi, la accolsero con autentico consenso e si misero concretamente a disposizione della nascente struttura. Un giorno interpellai l’assessorato allo sport della Provincia di Firenze per individuare la persona alla quale rapportarmi e mi fu indicata Alessia Ballini.


Le recapitai un messaggio su facebook per domandarle un colloquio. Il giorno dopo mi telefonò offrendomi appoggio con grande convinzione. Mi invitò ad incontrarla nel suo ufficio quanto prima. Andai a trovarla la settimana dopo. Aveva capelli corti, scuri, un po’ imbiancati, un paio di jeans e una maglietta chiara. Non aveva l’aria di essere l’assessore allo sport della Provincia di Firenze. Le detti la mano impacciato. Io mi ero abbigliato in maniera ingessata, ormai abituato a incontrare persone use a caratteri formali rigorosi se non pomposi. Lei era tutta un'altra cosa.

Ci sedemmo lontani dalla scrivania, uno di fronte all’altro. Anche questo fu diverso: lei mi guardò, senza accavallare le gambe, senza incrociare le braccia. Mise la testa un po’ obliqua, girata su un lato, e mi disse: “prego…” per farmi iniziare a raccontare. Io la guardai. Prima di iniziare a parlare, ebbi qualche secondo. Aveva una fronte luminosa Alessia, gli occhi buoni, un sorriso nascosto dietro un volto affaticato ma sinceramente interessato ed aperto a ciò che stavo per raccontarle.

Mi ispirò fin da subito abbondante serenità. Raccontai che avremmo voluto creare una istituzione culturale all’altezza di Firenze, che coinvolgesse tutta la città ma che non mancasse della ricerca, quindi dell’apporto dell’università, e di tante istituzioni culturali e associazioni legate alla storia e all’identità cittadina. Spiegai lo spessore di coloro i quali avevano accolto l’iniziativa, che si trattava di un’operazione d’alto profilo, davvero degna di Firenze. Doveva rappresentare il racconto della storia cittadina attraverso il calcio, e non il racconto di più o meno rilevanti eventi calcistici. Avevamo voglia di raccontare la storia delle persone che avevano rappresentato Firenze attraverso il nostro secolare divertimento con la palla. Spiegai il desiderio di rivelare, attraverso l’antica tradizione del Calcio Fiorentino e le vicende della Fiorentina, lo spirito stesso del nostro popolo.

Colsi vero entusiasmo sul suo volto. Il sorriso da nascosto divenne aperto e sulla sua fronte il sole si accese pienamente. Era felicissima della passione che ci animava nell’intraprendere questa iniziativa. Mi prese la mano e iniziò a parlare. Mi disse: “c’è una cosa importante che dovete considerare”. Feci un cenno di assenso con la testa prestandole ascolto. “A San Paolo in Brasile, durante un viaggio bellissimo, ho avuto la fortuna di visitare il museo del calcio paulista, che si trova nella curva di uno stadio. Era un luogo pieno di ragazzini, vivacissimo, pieno di colori, immagini, musica. Molto divertente. Si respirava uno spirito di vivacità popolare e vi avveniva una reale socializzazione. Vi si percepiva il grande divertimento dei visitatori. Era un museo per i vivi, che raccontava le storie di gente viva, e non un luogo di feticci. Non era un monumento ad un passato morto e sepolto. Si trattava di uno spazio pulsante fatto di emozioni spontanee”. Annuii per aver ricevuto quel messaggio così forte, chiaro e profondo. Le dissi che il suo indirizzo lo avremmo seguito e che sarebbe stata lei stessa a infondere a tutti i membri del museo questi bei principi; questa apertura verso il mondo. Parlammo ancora dei progetti che avevamo in mente e lei dette il suo assenso a rappresentare la Provincia di Firenze all’interno del Senato del Museo Viola, sostenendolo senza riserve fin dall’inizio. Aveva la volontà che Firenze e il suo territorio si dotassero di un luogo di cultura dedicato al calcio. Quando fu il momento di salutarci ci alzammo in piedi, uno di fronte all’altro, feci per darle la mano mentre la ringraziavo e lei, tirandomi verso di sé, mi abbracciò. Anch’io l’abbracciai.

Qualche settimana dopo la chiamai per invitarla alla serata costitutiva del Museo. Mi disse che sarebbe venuta e che ci teneva tantissimo. Non la vidi arrivare quella sera però. Mi informai attraverso un amico che la conosceva bene. E mi rivelò che purtroppo era stata piuttosto male in quei giorni. Io chiesi il perché e fui informato che Alessia stava combattendo una durissima battaglia contro il cancro. Che era forte e avrebbe comunque fatto fede alle proprie parole.

L’anno dopo seppi che aveva vinto le elezioni regionali e che sarebbe entrata nel parlamento della Toscana. La chiamai e le feci le mie congratulazioni. La informai che l’avrei dovuta sostituire con qualcun altro per rappresentare la Provincia. Lei disse: “Va bene, ma voglio comunque far parte del Museo e conoscerne i progressi. Mi raccomando Andrea tienimi aggiornata perché ci tengo davvero”. Promisi di farlo e mantenni le promesse.

Nell’agosto del 2010 portammo una mostra temporanea in Mugello, nel Palazzo dei Vicari di Scarperia e l’avvisai con un sms. Lei rispose con un “si” e un punto esclamativo. Era felice che la sua bella terra ospitasse la sua amata Fiorentina. Alessia aveva una bellissima anima viola. Era lì prima ancora che arrivassi io, fuori dal palazzo ad aspettare la presentazione della mostra. Stava parlando con noti giornalisti fiorentini. La salutai con un gesto della mano. Si congedò dai suoi interlocutori e venne a salutarmi con un abbraccio. Ero teso quel giorno e lei mi infuse forza e serenità. Sapevo della sua malattia e dal mio sguardo comprese che avevo imparato a volerle bene. Qualcuno mi aveva detto che era una persona dura e fredda. Non era vero. Con me non lo era mai stata; nemmeno al primo incontro. Alessia era una persona dolcissima, affettuosa, piena di riguardi. Univa queste sue doti umane alla ferma convinzione con la quale faceva quel che desiderava o doveva fare. Parlava con gli occhi e i suoi messaggi erano sempre zeppi di vera vitalità.

Alessia aveva occhi buoni e un cuore bellissimo.

L'ultima volta che la vidi fu per la cena degli auguri di Natale della Fiorentina. La trovai giù. Le feci una carezza e lei mi fece un sorriso. Le presi la mano e gliela baciai. Le chiesi: "come stai?" e lei mi rispose: "così…". Io le dissi: "sei splendida". Per me lo era. La salutai ancora con un abbraccio, inconsapevole che sarebbe stata l'ultima volta. La mattina del suo funerale, sulla piazza di San Piero a Sieve, l’ho sentita presente. Mi ha salutato ancora con il suo abbraccio, forte della sua ferma umanità, della sua semplicità. Con la sua bella fronte. Non ho potuto fare a meno di avvicinarmi a sua madre, conoscerla, abbracciarla, baciarle la mano. Perché l’amore vive nelle persone e non importa se in carne ed ossa non sono più accanto a noi. La morte non esiste. La bellezza del cuore di Alessia vive dentro chi l’ha amata, apprezzata, e di chi, come me, ha vissuto con lei una comunione intellettuale, di sentimenti e di grande affetto istintivo. Una dimostrazione di divina umanità.

Alessia era una persona che sapeva ascoltare, una persona piena d’amore, di volontà, di dignità. Il suo spirito vive anche con me. Era del 1969 come me. Amava De André e i Radiohead come me. La sua volontà, il suo messaggio, i suoi principi vivono dentro di me. Alessia sarà per il Museo Viola una stella. Il Museo Viola sarà per sempre casa sua.

 

Andrea Claudio Galluzzo