Il chiostro di don Cuba
Tutti coloro che vogliono bene a don Danilo Cubattoli non possono che plaudere all’iniziativa del Comune di Firenze di dedicare il bellissimo chiostro del convento delle Leopoldine al nostro don Cuba. E’ importante ringraziare con cuore sincero tutti coloro che con celerità si sono spesi per rendergli il dovuto onore, nella speranza di veder presto anche una via in San Frediano prendere il suo nome. Il desiderio di tutti noi, figlioli e amici del Cuba, è che tale dedica si trasformi nell’auspicio che questo luogo divenga un crocevia di incontri e di amicizia. Incontrare don Cuba significava poter dialogare senza fretta. Lui non se ne andava fin quando l’interlocutore non lo salutava, non era mai il primo a chiudere un colloquio.

Si dimostrava sempre sorridente e disponibile: nel suo donarsi era incapace di distinzioni tra principi, uomini qualunque o carcerati. Aveva una vivacità festosa che sottolineava la parte positiva delle persone e degli avvenimenti. Con il Cuba si aveva l’impressione che il tempo non contasse niente e che ce ne fosse per tutto e per tutti. Questo è dunque il segreto dei suoi frequenti ritardi. Per molti di noi l’incontro col Cuba ha rappresentato un significativo cambiamento di vita. Chi gli stava di fronte era per lui in quel momento la persona più importante del mondo. Sapeva mettere tutti a proprio agio svelando con la sua infinita disponibilità il reale senso dell’amicizia. Una volta don Cuba scrisse che le creature lo appassionavano per quel luminoso raggio di Dio che portano dentro di sé. Lui, questa scintilla divina, la vedeva in tutti ed era capace di farla scoprire a coloro che ne erano inconsapevoli. Per tali motivazioni è davvero appropriato legare il suo nome a questo chiostro che ci auguriamo divenga realmente un efficace luogo d’incontro.

I suoi amici di una vita, Ghita Vogel, Fioretta Mazzei, Marigù ed Ulisse Pelleri, il gruppo di San Procolo, i ragazzi di San Frediano, non lo hanno mai sentito lagnarsi. Neppure negli ultimi tremendi mesi della sua vita, nessuno ha potuto ascoltarne i lamenti. Al suo capezzale, domandargli dove avesse dolore provocava la sua consueta replica: “Perché devo angustiare l’amico che mi sta accanto coi miei guai?”. Voleva essere per gli amici causa di gioia, non di dolore. Per questo, pur nelle atroci sofferenze, si dimostrava lieto ad ogni visitatore. La sua principale preoccupazione era che si andasse tutti d’accordo, e la sua vera, grandissima sofferenza, consisteva nel apprendere di litigi, soprattutto nelle famiglie. Chiunque gli si rivolgesse per problemi legati all’ambito familiare scatenava in lui un impeto cristiano di attenzioni e sforzi volti a provvedere soluzioni che riportassero la serenità. E ciò avveniva sempre mantenendo equilibrio e grande rispetto per i diversi caratteri in gioco. Consapevolmente, nel suo impegno per il bene, era sempre assente la volontà di forzare o influenzare le altrui decisioni. Questo è il suo insegnamento di educatore: ognuno ha diritto di essere aiutato ma deve imparare ad essere responsabile e cosciente delle proprie scelte di vita. Cinquanta anni fa, quando il giudice Meucci, chiese a Ghita Vogel di prendere in affidamento un ragazzo, don Cuba che naturalmente ne sarebbe stato felicissimo, si rese irreperibile per molti giorni. Quando la dottoressa Vogel si decise ad accoglierlo in casa, don Cuba riapparve dal nulla. Voleva che questa importantissima decisione fosse indipendente dal suo stimolo. Questo episodio segnò la nascita della prima vera casa famiglia italiana. Quel ragazzo, nato a pochi metri da piazza Tasso, fu il primo di diciannove che ricevettero la grazia dell’amore di una nuova famiglia.

Quanti uomini seguaci delle ideologie hanno speso la vita nelle lotte e nelle rivoluzioni per “cambiare la società”? Don Cuba rivoluzionario lo è stato davvero, ma lo è stato nella pace dimostrando a tutti che con l’amore e la generosità si potevano davvero sanare tanti mali prodotti dagli uomini sempre che si fosse docili verso lo Spirito Santo. E’ importantissimo e necessario conservare la memoria e l’esempio di don Cuba alle future generazioni: egli è stato davvero un figlio di Dio, un poeta delicato, un padre affettuosissimo, un sostegno spesso insostituibile per me come per tanti. Il cuore del Cuba era grandissimo, la sua umanità immensa. Vorrei testimoniare un fatto che da solo giustifica ai miei occhi la necessità di ricordarlo attraverso la dedica di questo luogo. Dal suo letto di sofferenza, poco prima di perdere la parola, mi disse con voce fioca: “Firenze è santa, Firenze è una città santa. E’ la primavera, la bellezza della vita. Firenze è la città della resurrezione. Tutto qui rinasce: Firenze è santa”.


Andrea Claudio Galluzzo