Feltrinelli, il fuoco nel petto

Il fuoco nel petto è un'immagine che può riassumere la vita passionale di Giangiacomo Feltrinelli esposta nel monologo di Mauro Monni. Ma questo articolo non è, o almeno non vuole essere, una semplice recensione di uno spettacolo; desidera essere un omaggio alla memoria di Giangiacomo Feltrinelli e delle vittime delle stragi di Stato, tragedie che hanno insaguinato l'Italia in una malcelata guerra civile lunga più di vent'anni. Negli anni di piombo, il dramma vero era quello di una parte d’Italia dimenticata e abbandonata a se stessa. L'Italia che Feltrinelli voleva redimere.

Onore a Mauro Monni, il quale si dimostra attore di grande spessore ed autore senza timori. Prima ancora, però, Monni è un uomo che ha compreso il senso di quella vita e di quella memoria storica e civile che molti di noi, colpevolmente, trascurano. Sul frontone di uno dei più famosi teatri italiani campeggia una scritta ammonitrice: "Vano è il diletto delle scene ove non miri a preparare l'avvenire". Bisogna dire che raramente una frase assume valenze tanto forti come nel caso che stiamo trattando.

Lo spettacolo in esame è "Giangiacomo Feltrinelli, una storia contro", il taglio tragico della storia è dichiarato già dal titolo stesso del monologo. Si tratta di un lavoro recentissimo e Monni ha compiuto l'esordio il 28 Gennaio 2006 al teatro Manzoni di Calenzano a Firenze. L'attualità della vicenda di Giangiacomo feltrinelli è grande ma più importanti restano i motivi di fondo che vanno oltre qualunque vincolo di tempo o di stagione teatrale, proprio come i valori morali e civili di ogni nazione democratica.

Il sipario si apre su di un temporale notturno. Uno scroscio d'acqua che aiuta ad immergersi dentro un ambiente crudo, essenziale. Voci, grida di disappunto, un'esplosione, il corpo di un uomo steso sulla schiena con le braccia aperte. Un uomo quasi crocifisso ai piedi di un traliccio dell'alta tensione. È morto. A trovarlo così, distinguendolo nell'erba attraverso la foschia di una sera del marzo 1972, sono due contadini che passano di lì, vicino a Segrate in provincia di Milano. In tasca l'uomo ha un documento, una carta d'identità intestata a Vittorio Maggioni. Ma quello, quel nome qualunque e sconosciuto, non è il suo. Alla polizia basta pochissimo per scoprire che sotto quel traliccio dell'Enel ha trovato la morte Giangiacomo Feltrinelli. Miliardario, fondatore della casa editrice che porta il suo nome e che si rivela da subito una delle più importanti e culturalmente attive nel panorama italiano. Feltrinelli ha 46 anni.

Uomo di sinistra, prima nel PCI e poi vicino a Potere Operaio, amico di Fidel Castro e Che Guevara e dei movimenti di liberazione del Terzo Mondo a cui la casa editrice spesso da voce, Feltrinelli non è soltanto un editore. È anche "Osvaldo", attivista e fondatore dei GAP, i Gruppi d'Azione Partigiana, una formazione clandestina impegnata in azioni di sabotaggio e propaganda. È per questo, per un'azione di sabotaggio, che Feltrinelli si trova nell'erba ai piedi di quel traliccio. "Osvaldo" si era arrampicato sui montanti di metallo per sistemare la carica e l'innesco, ma si era accorto che i cavi elettrici del detonatore erano troppo corti. Aveva chiuso il contatto e la carica era scoppiata uccidendolo. C'è chi ha fatto notare come sia stata facile l'identificazione di Feltrinelli visto che la bomba ha provvidenzialmente lasciato intatti sia il volto che le mani dell'editore. E come Feltrinelli fosse nelle liste dei servizi segreti del mondo. Che sia caduto in una trappola, ucciso e messo in mezzo, pedina involontaria della strategia della tensione? Qualunque sia la risposta, c'è un mistero che comunque sarà difficile chiarire.

È il suo mistero privato, di quel fuoco che gli brucia nel petto. Giacomo Feltrinelli, vero rivoluzionario, borghese inquieto, paranoico ossessionato dai golpe reazionari. Un ingenuo generoso e pazzo. Perché e da che cosa tutta questa energia? La risposta è che non poteva accettare la sua nascita e la vita da privilegiato a meno che essa non fosse dedicata a coloro che non avevano avuto la sua fortuna. Il fuoco che l'ha portato su quel traliccio durante un temporale notturno passa attraverso il suo cuore.

Il merito di riscoprire la vita e, soprattutto, di risvegliare lo spirito di Giangiacomo Feltrinelli è di Mauro Monni, autore dei testi, oltre che interprete. Il suo racconto prende le mosse dai tempi del ventennio fascista, nel periodo in cui la famiglia Feltrinelli, protagonista della storia economica italiana, subisce rivolgimenti che arrivano a causare il suicidio del padre e l'insanabile rottura con la madre.

Nel testo di Monni non manca nulla: storia e sociologia si fondono in un unicum poiché hanno un solo legame, un denominatore comune che a tratti affiora come la vera spina dorsale della narrazione: un'amara ironia. Non è un’impresa facile, e solo un attore importante può riuscirci, ma per Mauro Monni sembra essere la cosa più naturale del mondo. Così, molti minuti prima che si giunga al cuore pulsante dello spettacolo, alla descrizione della tragedia finale, Monni delizia il pubblico in moltissime occasioni: nelle sue parole emerge l’immagine di una società italiana piena di magagne insanabili e dannatamente opprimenti. L'Italia raccontata da Monni appare per quel che era: un paese in guerra.

A volte si ride, altre volte si sorride amaramente o ci si indigna. A poco a poco il pubblico impara quasi a conoscere i personaggi della storia, sia positivi che negativi: dalla madre al suo pastore tedesco, dalle molte mogli all'unico figlio, Da Pasternak a Tomasi di Lampedusa, da Togliatti a Berlinguer, da Stalin fino a Fidel Castro e Che Guevara.

Ma oltre a questi, il pubblico ne immagina altri, cui offre attenzione, simpatia o antipatia. Potrebbe sembrare di cattivo gusto ridere e far ridere sulla vita di un uomo finita in tragedia, ma non è così. Nell'ironia di Monni c’è molto di più della semplice volontà di alleggerire lo spirito degli spettatori: se si trattasse solo di questo sarebbe da condannare o, almeno, da criticare aspramente. In questo modo di fare teatro c’è più di quanto sembra: dare una sorta di caratterizzazione ad un monologo è utile, se non necessario, affinché la lunghezza dello spettacolo non gravi sul pubblico. Viene da pensare che oltre a questa motivazione, oltre a quello che può essere lo stile personale di un artista, Monni affronti il palco con mille volti per dare al suo pubblico un quadro d’insieme che altrimenti sarebbe andato perduto. Se la vita di Feltrinelli è quella di un pezzo d’Italia dimenticato da tutti, allora bisogna che a questo pezzo d’Italia si renda giustizia morale, prima ancora che legale, ed è un’operazione che può essere fatta solo fornendo al pubblico una conoscenza per quanto possibile esaustiva di quel tessuto sociale.

Il racconto di Monni non lascia molto spazio all’emotività personale, benché l’attore stesso dica chiaramente da che parte stia. Infatti, ad un certo punto esplode una liberatoria condanna morale, un disprezzo per la condotta ignobile che in nome dell'interesse nazionale e dell'ordine pubblico ha distrutto la vita di due generazioni d'italiani a partire dall'attentato di Piazza Fontana. Quindi, nel finale, gradatamente, lo spettacolo cambia forma; si accende di una drammaticità e di un pathos fortissimi: la narrazione degli ultimi minuti è qualcosa di più di una superba prova teatrale, è una prestazione tanto pregevole che agli spettatori sembra di avere sotto gli occhi gli ultimi momenti e gli intrecci impensabili della vicenda terrena di Giangiacomo Feltrinelli.

Al termine del racconto, Mauro Monni e molti tra il pubblico hanno gli occhi lucidi. La vita di Feltrinelli è trasformata in un'orazione civile. Come si può dare torto a Monni? Nei lunghi applausi di chiusura il pubblico appare come piegato. E' il peso della condanna che si sente addosso, colpevole della propria superficialità. La condanna dell’autore è accesa e ferma ed è diretta contro chi ha condotto l'Italia in quegli anni: un regime farsesco dove la democrazia aveva la stessa consistenza delle nuvole.

Andrea Claudio Galluzzo