E sia fatta la tua volontà

Svegliarsi e dormire. Nascere e morire. Giorno e notte, luce e ombra. Non esiste sospensione all'eternità. Quanto dolore però nella separazione. Ho chiesto che potessi alzarti e camminare come Lazzaro ma non sono stato ascoltato. Cara sorella mia, ti ricordo alta, dolcissima nelle tue forme morbide. La tua bellezza discreta, gentile, i lunghi capelli biondi di adolescente, il tuo sguardo amabile, la tua pelle chiarissima, le guance rotonde e rosse, gli occhi d'ambra profondissimi. Ti ricordo così mia cara amica, seduta accanto a me, su una panca di legno, in quella grande casa di collina insieme a tanti amici d'infanzia. Siamo fatti di spirito, non di carne. E non si vive invano, non si semina senza raccogliere.


Ti ricordo bellissima, fatta dello mio stesso impasto di sentimenti. Abitavi vicino agli argini del nostro fiume. Ricordo i pomeriggi passati a discutere con te. Eri troppo seria, come me. Ci impuntavamo su argomenti fin troppo profondi per degli adolescenti. Prendevi di petto le ragioni avverse e non mollavi mai. Sento ancora la tua voce, la tua erre moscia. Non t’ho persa: sei con me in un abbraccio di fraternità senza ombre, in un incontro fatto solo di luce ed affetto. Nella morte risorge quell'amore che si impara da piccoli, prendendosi in giro, attaccando spietati i difetti altrui. Quell'amore che abbiamo dentro e che non trova quasi mai via d’uscita. Di te mi resta lo sguardo puro di una giovane amica che vedeva le persone dove altri vedevano le cose, ascoltava le voci dove altri avvertivano soltanto suoni, percepiva sussurri dove altri non sentivano niente.

La tua mano destra che fermava la mia impegnata con frenesia nel girare i miei riccioli castani. Ho dentro di me un bagliore: un sorriso sulle tue labbra perfette. Ascolto ancora dentro di me la tua ironia pungente, la tua voglia di discutere. Poi, d'un tratto, la tua sofferenza, la tua lotta disperata e quel giorno cupo alla fine di giugno, in un caldo opprimente, sotto un sole feroce, un taglio netto che chiamano morte ti ha tolto a tutti. Oggi sei una creatura fatta di Luce, uscita soffrendo dal bozzolo che ci avvolge e volata via come una farfallina bianca all’inizio dell’estate. Questo eri e questo sei: un frammento di cuore, una parte antica, indelebile e viva della mia esistenza. La morte non esiste, ci unisce la Luce dei sentimenti più vivi e intimi dove l’unica regola utile della vita resta l’amore.

E' difficile raccontare la vita, perché è più grande, più bella e più brutta delle nostre parole. Mi sono smarrito di fronte a questo male ma sia fatta la Tua volontà. Adesso tu sei un bene fuori dalla spirale del tempo, un raggio di sole delicato nell'albeggio. Sei partita presto per il tuo viaggio verso la Luce. Il mio ricordo di te è limpido e le persone, così credo, non cambiano la propria essenza. La finestra aperta della tua anima lasciava che il bagliore di Dio si riflettesse sul tuo volto per illuminare me e tanti altri amici che giocavano nel buio. Ho promesso che sarei tornato, con te e per te, in quel luogo incantato della nostra fanciullezza.

Che emozione rivedere dopo tanti anni quella grande colonica di Sant’Amato sopra Vinci. Quel luogo rigoglioso, pieno di vita, è un territorio dell’anima avvolto dal respiro di chi vi ha vissuto, di chi ci ha passato momenti di gioia semplice, di purezza irripetibile. Quella casa tra bosco e campagna intrisa di magia contadina, di un'asprezza antica tutta toscana, quelle stanze piene di autenticità, di ricordi d'infanzia così tersi. Eravamo poco più che bambini quando le suore del nostro paese lasciarono adoperare alle nostre catechiste quella magnifica dimora per i campi estivi dopo la comunione. Ricordo nitidamente i profumi dell'estate, i nostri schiamazzi, gli scherzi notturni, la paura del buio, le partite a pallavolo davanti casa, le mani giunte per le preghiere del mattino e della sera, le camminate su quello stretto sentiero in salita percorso per far visita a don Giovanni, il parroco della chiesina di Sant'Amato. Ricordavo bene il portale, la sua schietta bicromia di marmi. Che trepidazione rivederlo a quarant’anni. Coi miei occhi di bambino lo vedo ancora davanti a me, don Giovanni, robusto nel corpo e nel sorriso, con le braccia aperte sulla soglia della canonica. Sembra ieri.

E poi le notti a parlare con lo sguardo rivolto verso il cielo. Bastava alzare la testa ed era come se le stelle cadessero giù come grandi gocce di pioggia in un temporale d’estate. Quello era il nostro cielo, erano le stelle di Sant’Amato: un dolcissimo oceano stellato sempre in movimento.

Andrea Claudio Galluzzo