Don Cuba

Don Danilo Cubattoli è morto, anzi è nato. Egli ha appena attraversato l’acqua del battesimo della sua nuova vita: quella nella luce divina. Sono sicuro che la sua tomba non lo ospiterà mai. Lui non può stare fermo un attimo. Non lo è mai stato per tutta la sua esistenza: ha sempre corso facendo il possibile e l’impossibile per gli altri. E lo ha fatto spesso usando la sua amata bicicletta. E’ stato certamente felice della sua vita. Lo è stato anche della sua fine tormentata, considerandola un dono speciale: una morte cristiana. E’ stata una sofferenza luminosa la sua. Dai primi giorni dell’estate ha affrontato i dolori della malattia che lo ha attanagliato e costretto all'immobilità, con serenità e dignità grandissime. Alla famiglia, a me ed a coloro che hanno avuto la fortuna di stargli vicino nelle ultime ore, prima tra tutti la dottoressa Ghita Vogel, suo angelo custode da una vita, ha dimostrato ancor di più la sua straripante umanità, il coraggio e la lucidità di fronte alla morte.


La sua fiducia nel divino lo ha reso ogni giorno più immateriale. Uno Spirito santo lo ha pervaso davvero rendendosi visibile a tutti nel sorriso terso sul suo volto. Il cuore da atleta di Danilo Cubattoli si è fermato ma non si sono spente le parole d’amore dentro l’animo dei “suoi” ragazzi: il seme caduto non è perduto, germoglia in tanti altri cuori. A tutte le ore, ad ogni momento il ‘Cuba’ era sempre pronto ad ascoltare problemi grandi e umili lamenti. I fratelli sapevano di trovarlo a qualsiasi ora del giorno e della notte. Nessuno poteva frenare la sua volontà di donarsi agli altri.

Un uomo, per dirsi tale, dovrebbe essere sempre se stesso, non cambiare a comodo. Don ‘Cuba’ non ha mai mutato la sua condotta secondo l’interlocutore, non aveva alcun sistema utilitaristico che lo sorreggesse: aveva ‘solo’ la sua fede purissima e la metteva in pratica ogni giorno nella semplicità. Si aveva la sensazione che nulla gli mancasse, anche quando non aveva niente. Da lui non si ascoltavano mai lamentele né discorsi retorici, andava al sodo cercando di ottenere il necessario per la sua missione d’amore senza dare mai alcuna importanza a se stesso. Che splendore davanti all’inutilità di tanti nostri affanni, di fronte alle nostre parole ed azioni spesso vanitose ed inopportune.

E quando un uomo così muore? Si accappona la pelle al solo pensare che proprio in quell’istante in cui se ne andava silenziosamente, noi non ci si curava neppure di non essere all’altezza delle sue ginocchia. Se almeno ci avesse criticato, sentiremmo forse meno male. E allora viene da chiedergli perdono per non essere stati degni della sua presenza. Ma lui, naturalmente, non accetterebbe scuse, ci abbraccerebbe sdrammatizzando con la sua ironia fiorentina. Don ‘Cuba’ non è stato infatti solo il parroco di Sollicciano, ma anche e soprattutto quello di San Frediano. Siamo stati fortunati ad aver conosciuto la sua dirompente umanità intrisa di un fortissimo misticismo. La sua visione d'amore tagliente, tutta toscana.

Un uomo buono sorride; Danilo Cubattoli sorrideva sempre. Non criticava inutilmente, non accusava, non giudicava. Era cristiano, sul serio. Aveva davvero uno sguardo benevolo verso tutti, ad iniziare dai suoi fratelli carcerati, poveri, malati o abbandonati ai quali si presentava sempre con spirito di servizio. Egli era ed è davvero buono, degno di Gesù.

Nel nostro cuore e nella nostra memoria restano forti la sua fede incrollabile, il suo esempio cristiano ed il suo insegnamento più bello: “Io valgo quanto amo”.

Per lui valeva solo l’amore, l’unica cosa credibile.

Andrea Claudio Galluzzo