Don Cuba, cercatore di perle preziose

La matematica non era il suo forte e, quando i conti non tornavano non si arrabbiava. Ci faceva sopra una risata rifugiandosi nella «geometria dello Spirito Santo» e tutto gli risultava esatto, preciso e attivamente positivo. Questo suo modo di pensare e di agire può sembrare una stranezza, ma in don Cuba era invece saggezza e virtù. Aveva la capacità di vedere diritto anche ciò che era storto e se c’era da trovare un ago nel pagliaio non si arrendeva. Ci si tuffava dentro finché non lo aveva trovato, da autentico «testardo». Era fatto così, perché tenacemente convinto che ogni uomo, anche se fatto male, ha nascosto, da qualche parte, una perla e questa, prima o poi viene a galla, magari anche solo un attimo prima di tirare l’ultimo respiro. Don Danilo Cubattoli era un prete fiorentino di razza straordinaria ed ha speso tutta la sua vita accanto a coloro che tutti tengono lontani perché giudicati un pericolo pubblico, meritevoli solo di restare in carcere.


La pastorale nelle parrocchie non era pane per i suoi denti. Il carcere è un «postaccio» per annunciare il Vangelo, che è messaggio di libertà. Eppure don Cuba si trovava a suo agio in nome del principio che dice come «ogni uomo è mio fratello». Fino dai tempi del Seminario ha sempre manifestato una gran voglia di «rispettare» le regole «saltandole» a pié pari. La fantasia non gli è mai mancata. L’impossibile per lui non esisteva e perciò sapeva aprirsi una strada anche fra le rocce, sempre disposto e pronto a gettarvi un «semino evangelico».

Con i ragazzi di strada, in S. Frediano, cominciò a tessere una storia di amicizia, calando dalla finestra del secondo piano del Seminario, con una matassa di spago, un sacchettino di carta con dentro qualche caramella o qualche fettina di pane. Negli uomini, chiusi in gabbia dalle inferriate, non vedeva dei delinquenti, meritevoli di castigo, ma dei fratelli, cui bisognava dare una mano, fasciata dai guanti dell’affettuosità e dell’amicizia, perché potessero ritrovare la dignità perduta. Abbracciare il «Pacciani» per lui non era fare uno «spot» pubblicitario, ma pulsazione amorosa del cuore. Vedeva quelle persone come un mosaico, i cui tasselli erano saltati in aria e che occorreva aiutare a raccogliere e a riporre nel loro giusto posto così che potesse tornare in bella vista la sua primitiva e originale bellezza. Le sue idee non erano sempre facilmente condivise, ma erano pur sempre partorite da un cuore follemente innamorato di Cristo e della sua Chiesa.

Don Cuba – così è sempre stato nominato – è il decimo prete del 1948 che ha trasferito il suo domicilio nella Gerusalemme Celeste. Ha fatto la scelta di trasferirsi «lassù», partendo in anticipo così da avere parecchio tempo a disposizione per ricercare, tra la sterminata popolazione del Paradiso, gli altri nove preti del 1948 che vi si trovano già da parecchio tempo così da preparare per bene e in modo degno e giusto il sassantesimo anno di sacerdozio insieme a noi, ancora qui sulla terra e desiderosi di far festa insieme, così da cantare, come al tempo del Seminario, che «siamo tanti e siamo uno, non ci piega mai nessuno».

Appassionato ciclista era un tifoso bartaliano di prima classe, come era un tenace estimatore di Giorgio La Pira e come lui, sempre schierato in difesa degli ultimi e dei diseredati. Il perbenismo e il fariseismo gli restavano sullo stomaco e non aveva mai timore nel dire la sua opinione, anche quando era controcorrente. Sapeva cogliere nel profondo la realtà, ma sempre alla luce di una grande speranza teologale, tanto da vedere il sorgere dell’aurora, anche quando essa se ne stava ancora a dormire.

Nato a Tavarnelle Val di Pesa il 24 settembre 1922, nella parrocchia di San Donato in Poggio, ha vissuto portandosi nel cuore tutta la fantasia dei molteplici colori della sua terra incastrandoli nella varietà dei suoi campi di lavoro. Fu inizialmente vice parroco a Ronta e poi a Vicchio Mugello. Nel 1950 fu impegnato tra i ragazzi di strada in S. Frediano in Cestello e nominato cappellano dell’Onarmo e dell’Acec e poco dopo come assistente delle carceri. In ogni campo di lavoro ha saputo esternare entusiasmo, passione e fantasia creativa. Il Card. Elia Dalla Costa amava dire che don Cuba era stato a lui sempre obbediente perché lui aveva sempre obbedito a Don Cuba. È la riprova che anche la disobbedienza può essere una virtù, specialmente quando è vestita di «genialità».

È partito, questa volta senza motocicletta, per andare in paradiso. Come farà il Padre Eterno a tenerlo buono e seduto al posto che gli ha assegnato? È un problema di non semplice soluzione!

Sono certo però che zitto non starà perché «la sua» la dirà sempre e tutti quelli «di lassù» l’ascolteranno ad orecchi ritti e col sorriso in faccia. In tutti e sempre sapeva leggere la nostalgia dell’abbraccio con Dio. «L’amore folle di Dio» infatti – per usare il titolo di un libro meraviglioso che mi sono letto in questi giorni, di Endokimov – era la sua teologia e la sua prassi pastorale.

Sono più che sicuro che ogni giorno in Paradiso don Cuba non farà altro che pregare per tutti noi, per quelli che sono in Purgatorio, ma anche per coloro che sono all’Inferno facendo sua una preghiera che, in Russia, durante la persecuzione comunista, veniva innalzata a Dio: «Perdonaci tutti, benedici tutti, i ladroni e i samaritani, quelli che cadono sulla strada e i preti che passano oltre senza fermarsi, e benedici ogni nostro prossimo, i carnefici e le vittime, coloro che maledicono e quanti sono maledetti, coloro che si rivoltano contro di te e coloro che si prostrano davanti al tuo amore; prendici tutti in te, Padre Santo e giusto».

La sua partenza «per Lassù» non lascia un vuoto perché il suo cuore continua a battere all’unisono con il nostro. Questo ci aiuterà ogni giorno a «non fare bischerate» come sempre ci consigliava. Ghita Vogel, che ha sempre condiviso le sue impegnate avventure e che lo ha sempre teneramente assistito fino alla sua «tappa traguardo», si porta nel cuore la miniera profonda e preziosa della fede generosa di questo sacerdote fiorentino e tutta la Chiesa Fiorentina non ha che da esserle riconoscente per tanta carità vissuta e comunicata.

Anche il Vaticano si era accorto di lui. «Si è qui a conoscenza dell’attività apostolica che il Sac. D. Danilo Cubattoli svolgerebbe, con felice successo, fra la gioventù abbandonata del rione San Frediano di codesta città. Da notizie apprese, sembrerebbe che detto Sacerdote riuscisse a penetrare anche in ambienti ostili, avvicinando elementi che varie circostanze hanno finora sottratto a qualsiasi benefica influenza della Chiesa». Così scriveva l’allora Sostituto alla Segreteria di Stato Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI, al cardinale Elia Dalla Costa nel 1952.

E Montini scrisse: «Sa penetrare in ambienti ostili»
Lo ha rivelato il cardinale Ennio Antonelli nell’omelia durante i funerali, nella chiesa di San Frediano al Cestello. La chiesa, pur grande, non è bastata a contenere le tantissime persone che hanno voluto essere presenti: autorità, agenti di polizia penitenziaria, perfino una rappresentanza dei detenuti di Sollicciano. E tanta, tanta gente, quel popolo fiorentino al quale lui, come pochi altri, sapeva parlare. «Avrei voluto lasciar parlare don Danilo in questa omelia - ha affermato il cardinale Antonelli - leggendo alcuni suoi scritti. Solo che il Cuba scriveva poco. Erano invece efficacissime le sue parole a viva voce, che non lasciavano mai indifferente chiunque lo incontrasse. Voi stessi ne custodite l’eco nel vostro cuore. Per questo stasera siete voi a parlare di lui; è la vostra presenza così numerosa; è questa chiesa stracolma». Insieme all’arcivescovo di Firenze (e a tanti preti fiorentini) ha concelebrato anche mons. Giorgio Caniato, ispettore generale dei cappellani penitenziari d’Italia.

Appassionato di cinema e amico di registi
Tra le grandi passioni di don Cuba c’era anche il cinema, di cui aveva cominciato ad occuparsi mentre assisteva i detenuti. Rivendicava di essere stato il primo a portare «il cinema in carcere». Allievo di padre Nazareno Taddei e del Centro internazionale dello spettacolo e della comunicazione sociale, ripeteva che non si può fare a meno della «lettura dell’immagine». Per 30 anni è stato attivo e ha ricoperto incarichi di responsabilità all’interno dell’Acec (l’Associazione cattolica esercenti cinema). Amico di registi come Pasolini, Fellini, Zeffirelli, Bellocchio e Olmi, è stato il principale artefice dell’incontro tra i sacerdoti fiorentini e Roberto Benigni in occasione dell’uscita del film «La vita è bella».


Averardo Dini
(Dal n. 44 del 10 dicembre 2006 di Toscana Oggi)