Breve Storia del Calcio Fiorentino
"E' Calcio", si legge nel Vocabolario della Crusca del XVII secolo, "anche nome d'un gioco, proprio ed antico della città di Fiorenza, a guisa di battaglia ordinato, con una palla a vento, rassomigliantesi alla sferomachia, passato da' Greci a Latini, e da' Latini a noi." Identificabile nell'antichità romana col nome di "Harpastum" o "Harpasti Ludus", l'esercizio di questo gioco è senza dubbio un ottimo strumento per mantenere le legioni in buona forma fisica e morale nei quartieri invernali, considerati anche i "Praecepta Martis" che vengono in esso applicati..Come riportato in apertura, il termine volgare "calcio" compare per la prima volta nel lessico sportivo grazie agli accademici della Crusca (incerta risulta l'etimologia: il termine latino calx-calcis, ovvero calcagno, individua forse l'interpretazione più corretta) ma della cospicua letteratura a riguardo parlerò più avanti.

Riguardo alle regole dell'antico gioco Pietro Gori (Le Feste per San Giovanni, 1926) ci spiega che "gli uomini eletti per il Calcio devon esser cinquantaquattro, divisi in due schiere eguali in numero e valore, e ciascuna di queste deve esser suddivisa in quattro sorte di giocatori: quindici gli Innanzi o Corridori, cinque gli Sconciatori, quattro i Datori Innanzi e tre i Datori Addietro o Retroguardia". Obiettivo del gioco è la realizzazione del maggior numero di "caccie" trattando la palla con i piedi o con le mani oltre le barriere alle spalle degli avversari. Ogni pallone lanciato oltre le linee laterali equivale ad un fallo, due falli costituiscono una caccia perduta. Quello che al termine del XVII secolo appariva come un evento estremamente articolato era il frutto di uno sviluppo durato trecento anni. Le prime testimonianze letterarie sul calcio sono a carattere lirico: una poesia probabilmente scritta tra il 1460 ed il 1470 narra un sogno nel quale una donna bella come un angelo promette all'autore di esaudire ogni suo desiderio; questi si ritrova su di "prato celestiale" simile al giardino primordiale ed in luogo di ninfe appaiono giovani uomini "dove un di lor cominciò a parlare - ch'aveva in mano una palla gonfiata - e disse all'altri "Vogliam noi giucare?". Ne seguì ciò che su tutti i prati di questo mondo ancora succede: vengono selezionati due Capitani; questi si dividon i residui compagni e poi scelgono la parte del campo che andranno a difendere dividendosi ancora una volta dentro ad ogni squadra i ruoli per le diverse capacità di ognuno. Dopo il patto per il quale uscirà vincitore chi farà per primo tre caccie viene giocata la palla. La poesia non fornisce alcuna informazione territoriale ma stando ai nomi dei giocatori: Strozzi, Tornabuoni, Ranuccini o Gerini, non si può dubitare che questo prato onirico si trovi in Fiorenza. L'ipotesi più verosimile tende ad identificare l'io narrante in Giovanni Frescobaldi, rampollo della nota trecentesca stirpe di banchieri d'oltrarno. Presumibilmente il primo Calcio impegnò giocatori in maggioranza facenti parte del ceto nobiliare, non deve comunque escludersi che un ristretto numero di giocatori, sempre identificati con soprannomi, appartenesse a classi sociali inferiori; successivamente proprio l'annullamento delle barriere sociali fu la grande peculiarità del giuoco. I giocatori, normalmente in età tra i venti ed i ventiquattro anni, non ancora abili a ricoprire cariche di governo raccoglievano l'occasione della giostra per esser veduti "e richiamare così su di sè la pubblica attenzione". Dato il dispendioso impegno fisico, il Calcio veniva abitualmente praticato durante l'inverno: in periodo di Carnevale (dalle calende di Gennaio fino a Marzo). Esso era parte integrante dei regolari divertimenti invernali per cui ne era fatta cronaca solo in concomitanza di avvenimenti straordinari o situazioni di emergenza provocate da circostanze particolari. Così riporta Luca Balducci: "E a dì 10 di Gennaio 1490, ghiacciò tutto l'Arno in modo che vi si fece su alla palla, e arsevisi scope; fu gran freddo". Scipione Ammirato, tre generazioni dopo, ci dice che ciò accadde per tre giorni di continuo su di un campo da gioco situato "fra il Ponte Vecchio e a Santa Trinita". Sembra che persino il figlio del Magnifico, Piero, abbia partecipato agli incontri sul ghiaccio. Del resto Jacopo Nardi nella sua Storia della Città di Firenze, a proposito del 1492, racconta che Piero, "troppo inclinato agli amori delle donne ed al giuoco della palla col pugno e col calcio ", si occupasse poco degli affari di Stato perdendo il passo con i tempi. Aggiunge il Nardi che: "per la sua bravura molti singolari giuocatori di tutta Italia venivano per far con esso di quell'arte esperienza", tra essi pure alcuni Sforza da Milano che apportarono al Calcio varianti "milanesi". Sotto il regime cattolico integralista del Savonarola, assieme ad ogni altra forma di divertimento giocoso di stampo mediceo, anche il Calcio cadde in discredito grazie anche allo spirito spiccatamente guerresco degli incontri-scontri coinvolgenti le rappresentative dei Quartieri che, erano e per fortuna sono, sia per disposizione in campo delle schiere che per leale mancanza di lealtà, più simili a crude e virili battaglie che non a mielose giostre. Come racconta il Parenti, nel 1497, l'anno prima del rogo sul quale sarebbe stato arso il frate bolognese, i Quartieri organizzarono addirittura un colpo di mano in flagrante violazione del divieto di gioco repubblicano. E vi fu effettivamente un tentativo capeggiato dai rampolli dei Nasi e dei Martelli che però fu stroncato sul nascere dall'intervento dell'Otto (Otto di Guardia). Dopo la caduta del fondamentalismo ascetico di Savonarola il Calcio venne di nuovo permesso. Nel 1511, l'ultimo anno prima del rientro dei Medici, come venti anni prima, si gioco ancora sul ghiaccio e come narra Bartolomeo Masi "fecevisi il Calcio com'ogni anno si fa in sul prato Ognisanti" (lo spiazzo tra Borgo Ognissanti e Porta al Prato). Con il 1512 dei Medici ricominciò l'aurea tradizione, tant'è che pure Giovanni de' Medici, divenuto Papa col nome di Leone X, non volle rinunciarvi e importò occasionalmente a Roma il giuoco in livrea come riporta Benedetto Fantini riguardo alla gara occorsa il 7 Gennaio del 1521 quando dopo "il desinare erano comparsi da 65 a 70 gioveni fiorentini, vestiti a due livree ed essi giocarono alla balla al calzo in Piazza de Bel Vedere circa quatro hore. Il Papa era a veder alla Torre Borgia". Tra il 1527 ed 1530, gli anni dell' ultima disperata lotta della Repubblica contro i Medici ed i loro alleati, si offrirono le eroiche e notissime occasioni che conclusero la storia del Calcio Repubblicano. Con precisione e dovizia di particolari il grande Benedetto Varchi ci racconta con insuperate espressioni ciò che ogni anno ci sentiamo rimbrodolare ad ogni partita; ovvero quel famoso incontro del 1530 in Piazza Santa Croce durante l'assedio a Firenze da parte delle truppe imperiali di Carlo V (assedio eccezionalmente riprodotto nell'affresco con prospettiva a volo di uccello opera del Vasari e dello Stradano (Jan van der Straet), della sala di Clemente VII con le batterie spagnole che sparano dal Giramonte, adesso meglio noto come il "Tondo dei Cipressi" di Giovanni Spadolini). Descrive il Varchi: "sì per non intermetter l'antica usanza di giocare ogni anno per carnovale, e si ancora pe' maggior vilipendio de' nemici, fecero in su la Piazza di Santa Croce una partita a livrea... e pe' esser non solamente sentiti, ma veduti, misero una parte de' sonatori con trombe e altri strumenti in sul comignolo del tetto di Santa Croce, dove da Giramonte fu lor tratto una cannonata, ma la palla andò alta, e non fece male nè danno a persona". E sembrò scherno il fatto che Alessandro de' Medici, colui che seppellì la Repubblica Fiorentina, usasse convocare giovani amici per giocare al Calcio; paradossalmente fu proprio con l'arrivo a Firenze della figlia dell' Imperatore d'Austria Margherita, promessa sposa di Alessandro, che oltre alle consuete celebrazioni pubbliche si tenne una partita di Calcio che segnò la svolta: da quel momento l'antico e tradizionale gioco divenne elemento importante e spesso essenziale nei festeggiamenti statali e familiari. Ne seguì un infinito numero e qui se ne ricordano solo alcune tra le più degne di menzione: nel 1558 per il matrimonio di Alfonso D'Este con Lucrezia de' Medici, nel 1565 in onore di Carlo D'Austria, nel 1584 per le nozze di Vincenzo Gonzaga con Eleonora de' Medici, nel 1604 in onore di Ranuccio I duca di Parma, nel 1605 si giocò ancora sul ghiaccio dell'Arno. Nel 1607 vennero emanate norme severe a causa dei ricorrenti disordini tra il pubblico ma nel 1608 in occasione delle nozze di Cosimo, figlio di Ferdinando I, si ebbero ancora disordini tanto da coinvolgere in qualche maniera anche i festeggiati. E' chiaro che l'entusiasmo per il Calcio d'allora non aveva niente da invidiare al moderno tifo. Non era pensabile il Carnevale senza Calcio e l'intensità delle gare e la passione cittadina non scemò fino alla seconda metà del seicento. Nella cronaca del viaggiatore Lassels del 1670 se ne deduce chiaramente la profonda crisi. Nel 1673 Orazio Capponi, Provveditore al Calcio, organizzò un'esibizione presso la Badia Fiesolana (vi era presente anche Lorenzo Bini, l'autore delle "Memorie del Calcio Fiorentino", 1689) nel chiaro tentativo di render vigore alla tradizione; gli sforzi furono premiati perchè le partite del 1689 fecero impallidire le precedenti per intensità ed allestimenti scenografici. Si può senz'altro affermare che la cultura del Calcio arricchiva la vita di corte. Incredibilmente sontuoso fu l'incontro in onore delle nozze di Anna Maria Luisa de' Medici ed il duca Giovanni Guglielmo di Neuburg nel 1691. Rimanendo il Granduca Gian Gastone de' Medici senza eredi, nel Gennaio del 1739 s'insediò a Firenze Francesco II di Lorena, marito dell'arciduchessa Maria Teresa d'Austria (in onore del quale fu innalzato l'arco a tre fornici fuori porta San Gallo); per l'occasione fu giocata una partita in livrea memorabile, come se i Fiorentini desiderassero sfoggiare il loro modo più tipico di festeggiare. Ma quello fu, ricordano tristemente le cronache, l'ultimo Calcio giocato in Firenze. Nel 1766 il giuoco era già solo un ricordo, ed è lecito affermare ch'esso aveva in qualche modo seguito i Medici nel loro declino. Il Calcio Fiorentino valicò i confini più volte e notevole successo nutrì presso le corti francese (vedi le note gare di Lione del 1575 alla presenza di Enrico II, Re di Francia e di Polonia) ed inglese (relativamente all'Inghilterra post-elisabettiana una prima traccia la si potrebbe indiduare nell'incontro disputato a Londra in Hyde Park davanti al Cromwell nel 1654). Certamente il Calcio Storico Fiorentino è più accostabile all'odierno Rugby che non al Football, ma indubbiamente può senza dubbio considerarsi pietra angolare dell'edificio contemporaneo apparso ufficialmente a partire dal 1863 presso la "Football Association" ospitata nei locali della Free Mason's Tavern in Great Queen Street a Londra. Riguardo al XX secolo, dopo la rinascita del 1930, trovo che si vada attraversando un periodo di lento ma progressivo recupero del vero spirito dell'antico divertimento. Osservo con piacere che anno dopo anno, soprattutto e con maggior coscienza nelle nuove generazioni, si vanno via via ricercando e recuperando alcuni essenziali valori e simboli cittadini in maniera imprevedibile fino a qualche tempo addietro. Stupisce soprattutto il risorto attaccamento ad abitudini tradizionali proprie di generazioni distanti dalle nostre e spesso incondivise dai nostri padri. In conclusione la mia intima speranza è che in avanti si parli sempre meno del Calcio Fiorentino come rievocazione storica e vi si faccia piuttosto riferimento come imperdibile appuntamento per chiunque abbia Firenze e le sue tradizioni nel cuore.

Andrea Claudio Galluzzo