Vangelo e sport

I tempi sono maturi per erigere una teologia dello sport. La sfida è convincersi che lo sport non sia solo uno strumento ricreativo ma di evangelizzazione. Lo sport è un mezzo ideale di testimonianza cristiana. L’umanesimo cristiano non può che guardare con grande favore a quanto di buono emerge dallo sport, il quale deve esporsi alla luce del Vangelo.

Non si tratta di richiamare principi etici ma di ritrovare e vivere la verità cristiana in una società che illumina e valorizza anche l’esperienza del gioco e del divertimento. Lo sport è una delle attività umane che molto può influire sui comportamenti delle persone, soprattutto delle nuove generazioni, ma è tuttavia soggetto a molte ambiguità e deve quindi essere sostenuto e guidato perché esprima in positivo le sue potenzialità. La Chiesa dovrebbe porre massima attenzione ai temi sportivi per conferire loro una visione cristiana, illuminarli con la luce della fede e realizzare dunque una vera teologia dello sport.

La Chiesa ha bisogno di valorizzare di più lo sport quando esso si dimostri veramente degno della persona umana e cioè quando l’attività sportiva diviene luogo di valori, stimola un sano agonismo, sviluppa la dimensione ludica e si esprime in festa e gratuità. Partendo dallo sport si può far nascere o rinascere un oratorio, perché lo sport ha grandi valori umani e cristiani quali la solidarietà, l’integrazione sociale, la convivenza multietnica e interculturale. Nelle diocesi è fondamentale una progettualità condivisa in cui lo sport deve essere trasversalmente presente in tutti gli ambiti. La complessa realtà sportiva rappresenta un bene per la comunità cristiana grazie alle sue tante forme di coinvolgimento e di presenza sociale ed è luogo ideale nel quale vivere l’esperienza dell’annuncio evangelico, della nuova evangelizzazione. La forte esperienza aggregativa e partecipativa offerta dallo sport consente ad una Chiesa dalla prospettiva missionaria la sperimentazione di laboratori pastorali per quanti non hanno conosciuto Gesù Cristo.

Attraverso il gioco e lo sport si può dunque arrivare al primo annuncio. E questo racconto sportivo del Vangelo deve arrivare per mezzo della voglia di libertà e del senso antico del gioco, della festa e della fraternità. La parola e la testimonianza aderiscono più facilmente in un ambiente che vive di entusiasmi come quello agonistico. L'evangelizzazione può e deve avere il carattere della libertà e mai dell'ingabbiamento o del proselitismo. La gratuità in questa testimonianza è centrale e lo sport è inclusivo per sua natura. La cultura dello scarto non è ammessa: nel vero sport ce la devono fare tutti con l'aiuto di tutti.

Abbiamo la fortuna di avere degli esempi eroici di santi educatori, pionieri che hanno esplorato e tracciato un sentiero di fede nella selva delle attività ludiche umane. Dobbiamo rammentare che alla metà del XVI secolo, ben cinquecento anni fa, un prete fiorentino trasferito a Roma, San Filippo Neri, radunò attorno a sé ragazzi di strada avvicinandoli a Cristo, facendoli divertire, cantare e, soprattutto, giocare senza distinzione tra maschi e femmine in un luogo sicuro: l'oratorio.  Non a caso fu definito il "santo della gioia" o "il giullare di Dio" ed è coerentemente il patrono dei giovani. San Filippo Neri deve dunque ritenersi un pioniere dello sport ante litteram, un riferimento indimenticabile e imprescindibile nell'opera di evangelizzazione attraverso le attività sportive.

 

Andrea Claudio Galluzzo