Omelia esequiale per Danilo Cubattoli

«Alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. Guardate il fico e tutte le piante; quando già germogliano, guardandoli capite da voi stessi che ormai l’estate è vicina». Sabato sera la Chiesa fiorentina si riuniva per la Veglia d’Avvento a conclusione della settimana di esercizi spirituali nel quotidiano. Veglia d’Avvento all’inizio dell’anno liturgico tutta pervasa di gioia e di speranza. Lo sguardo fisso sul Signore Gesù che è venuto, viene e verrà e porterà a compimento il mondo creato nella sua totalità. La nostra certezza che poggia su un fondamento incrollabile, la promessa di Dio, la sua fedeltà. Don Danilo, il nostro carissimo Cuba, non c’era sabato.


Era in Cattedrale. Vegliato con amorevole cura da Ghita Vogel, che di cuore ringrazio a nome di tutti, giaceva in quel letto che da mesi ospitava la sua sofferenza, provocata dalla inesorabile malattia che lo ha condotto alla morte. La malattia gli ha tolto ogni energia fisica; mai però ha potuto togliergli la fiducia, la speranza, la gioia di essere di Cristo. “Va tutto bene”, ha continuato a ripetere finché ha potuto parlare. In perfetta coerenza con quello che tante volte gli avevamo sentito affermare: «Dio mi ama e tutto quello che mi capita è il meglio per me». Veglia d’Avvento: noi a cantare in Cattedrale “Vieni, Signore Ge-sù”; lui nel suo letto ad accogliere il Signore Gesù che veniva per portarlo con sé. L’ha trovato al suo posto, servo pronto, generoso e fedele.

Avrei voluto lasciar parlare don Danilo in questa omelia, selezionando e leggendo al-cuni suoi scritti. Solo che il Cuba scriveva poco. Erano invece efficacissime le sue parole a viva voce, che non lasciavano mai indifferente chiunque lo incontrasse. Voi stessi ne custodite l’eco nel vostro cuore. Per questo stasera siete voi a parlare di lui; è la vostra presenza così numerosa; è questa chiesa stracolma.

Molti di voi lo hanno visto in questo quartiere di San Frediano adoperarsi meraviglio-samente per i giovani. Nel 1952 l’allora Sostituto Segretario di Stato Giovanni Battista Montini scriveva dal Vaticano al Card. Dalla Costa: «Si è qui a conoscenza dell’attività apostolica che il Sac. D. Danilo Cubattoli svolgerebbe, con felice succes-so, fra la gioventù abbandonata del rione San Frediano di codesta città. Da notizie apprese, sembrerebbe che detto Sacerdote riuscisse a penetrare anche in ambienti o-stili, avvicinando elementi che varie circostanze hanno finora sottratto a qualsiasi be-nefica influenza della Chiesa». Davvero, ambienti che potessero fermare il Cuba non ce ne sono stati, né allora né in seguito.

Lo hanno accolto a braccia aperte i carcerati. Essi avrebbero voluto che questa Messa fosse celebrata a Sollicciano, per essere personalmente presenti e stringersi attorno a lui per l’ultima volta. Quanti ne ha incontrati nei lunghi anni del suo ministero! Per lui erano tutti fratelli amati, ai quali far scoprire che il Signore aveva già assicurato loro il perdono in virtù della sua misericordia.

Gli hanno voluto bene i confratelli preti che hanno fatto esperienza della sua gioiosa ed esuberante presenza in ogni assemblea del clero. Quante volte è risuonato il suo invito alla comunione! «La cosa che sento come veramente urgente per la nostra dio-cesi» - scriveva al Vescovo più di dieci anni fa - «è la formazione costante di tutto un corpo presbiterale: un presbiterio vivo e operante, capace di mostrare con i fatti una vera unità di fede e d’amore. Per me la nuova evangelizzazione non può prescindere da lucidità di fede e concretezza d’amore tra noi e con Lei; il resto sono povere cose umane che passano con i giorni».

Il Cuba è stato un evangelizzatore di frontiera, di avanguardia. Non ha mai voluto es-sere parroco: una parrocchia gli sarebbe stata stretta. Le poche esperienze fatte da vi-cario parrocchiale si sono esaurite in un batter d’occhio. La sua capacità straordinaria di tessere relazioni personali con chiunque lo ha fatto testimone del Risorto e semina-tore di speranza prima qui in San Frediano con i giovani e poi per lunghi anni al car-cere con i detenuti, e inoltre nel mondo delle comunicazioni sociali, dove specialmen-te attraverso il cinema ha avvicinato non solo gli spettatori, ma anche gli operatori, i registi, gli attori. Portava la buona notizia nei suoi occhi luminosi e nella serenità del suo volto, oltre che nelle sue parole. “Dio ci ama!”, soleva dire. “La sua infinita mise-ricordia non chiude le porte in faccia a nessuno. Non bisogna mai aver paura del ma-le: Gesù è risorto, ha vinto lui. In ogni uomo, anche in quello che più sembra perduto, rimane qualche germe di autentica umanità che può svilupparsi con la grazia del Si-gnore”.

Nella testimonianza di don Danilo percepiamo l’eco di quel meraviglioso inno all’amore di Dio che abbiamo ascoltato nella prima lettura: «Se Dio è per noi, chi sa-rà contro di noi? […] Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscita-to, sta alla destra di Dio e intercede per noi? Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? […] Io sono persuaso che né morte né vita […] né presente né avvenire […] né alcuna altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore». Questa persuasione dell’apostolo Paolo era diventata anche persuasione gioiosa e appassionata del nostro don Cuba.

Ci apprestiamo alla mensa dell’Eucaristia. Per la sua ordinazione sacerdotale don Danilo scrisse queste parole: «Concedimi, o Padre, d’essere come l’Ostia che ti offro, docile all’azione del tuo Spirito, perché in unione a Maria Santissima tutto mi con-sumi a incarnare e far crescere nel mondo, per la tua gloria, Cristo vita, luce, gloria, amore infinito». In questa offerta di sé sembra risuonare qualcosa della preghiera sa-cerdotale di Gesù nell’ultima cena: «Per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità» (Gv 17,19).

Anche noi vogliamo unirci al sacrificio di Cristo ripresentato nei segni sacramentali sull’altare e vogliamo renderci disponibili ad abbracciare le nostre croci. E, mentre affidiamo il nostro amico don Danilo a quella misericordia divina in cui ha tanto con-fidato, raccogliamo dalle sue labbra il messaggio che egli ci ha dato nella sua soffe-renza: “Dio vuole sempre il meglio. Va tutto bene!”.


Silvano Piovanelli