Cuore marcio, cuore puro

Somalia, Ottobre 1993. Un giovane tenente dell’Esercito Italiano con una squadra di quattro ben addestrati sottufficiali paracadutisti in missione esplorante si ferma e si accampa per una notte presso un umile villaggio di contadini nel Middle Shebelle. Ottanta persone in tutto, in maggioranza donne con tanti bambini. Il capovillaggio si chiama Ajuad ed ha una famiglia numerosa. Non si riesce a capire come gli abitanti facciano a tirare avanti: il cibo è davvero scarso e vengono offerte le scorte alimentari della squadra ai più bisognosi, in particolare a madri in periodo di allattamento e bimbi visibilmente sotto peso. All’alba si prepara la partenza in direzione di Belet Uen. All’improvviso compaiono tre mezzi di miliziani dell’Alleanza Nazionale Somala sotto il controllo del generale Aidid. Si tratta di circa venticique effettivi dotati di armi automatiche, mitragliatrici e razzi anticarro. Non c’e’ tempo di evacuare in sicurezza e si decide di affrontare il gruppo di miliziani rappresentando intenti pacifici. Scende da uno dei fuoristrada il comandante del gruppo che urla verso i militari stranieri ed il capo del villaggio si avvicina per mediare. Il tenente italiano fa presente che non si intende ingaggiare alcuno scontro in quanto si è presenti nell’area per ragioni umanitarie e nell’interesse degli abitanti del piccolo abitato. Il comandante somalo annuisce e sembra accettare la proposta. A quel punto inizia ad inveire violentemente nei riguardi di Ajuad richiedendo ogni risorsa alimentare del villaggio. Il malcapitato fa presente che non c’è quasi niente ma che quel che hanno lo daranno. A quel punto il comandate dei miliziani si fa aggressivo, perde il controllo e senza preavviso estrae un’arma corta e spara in pieno petto del povero Ajuad che muore sul colpo bagnando la terra riarsa col suo sangue scuro. L’istinto è quello di rispondere al fuoco ma la freddezza e la preparazione della squadra italiana riesce ad evitare uno scontro sanguinoso in grave disparità di forze. Nel frattempo giungono gridando e piangendo la moglie e tre figli della vittima. Arriva anche un bambino di un paio d’anni che piangendo si getta sul volto di Ajuad lordandosi di sangue. A quel punto il comandante miliziano, quasi commosso, prende in braccio il bambino e lo accarezza come a volerlo consolare. La scena è un delirio tra male e bene, un’aberrazione. Sangue, follia, morte e tenerezza. Lo schifo della guerra. Il marcio del mondo.

Andrea Claudio Galluzzo