L'amore condannato
L'amore vero è condannato ad essere radicale. Deve scavalcare anche quello per i familiari. Solo chi ha tale amore è degno di Dio. Nel Vangelo di Matteo, per tre volte in poche righe, si replica la frase "essere degni di me" con una grande ostinazione che riporta alle parole del centurione ricordate in ogni celebrazione eucaristica: "O Signore, non sono degno che tu entri sotto il mio tetto". In effetti, chi può dirsi meritevole di dare asilo al Signore? Basta uno sguardo concreto alla vita di ognuno di noi per comprendere la nostra modestia e i nostri vizi.


Essere discepoli di Gesù non è né agevole, né scontato, e non è conseguenza di lignaggio o tradizione. Si è cristiani solo per scelta, non per nascita. E il Vangelo ci spiega di quale profondità sia figlia tale scelta. I seguaci di Gesù sono coloro che partecipano, senza condizioni, alla sua persona e al suo destino, sino a identificarsi con lui. Il discepolo trova Gesù trovando se stesso.

Tale è il significato delle espressioni: "Chi avrà trovato la sua vita la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia la troverà". È una delle asserzioni di Gesù più tramandate e per ben sei volte ricorre nei Vangeli. La prima comunità cristiana ne aveva inteso il rilievo e la vedeva compiuta in Gesù stesso. Egli ha "riacquistato" la sua vita, nella resurrezione, "perdendola", ovvero pagandola col sacrifico della morte per l'annuncio della buona novella. È il contrario del pensiero ordinario della gente che ritiene d’esser felice quando trattiene a sé la propria vita, il proprio tempo, le proprie agiatezze, i propri interessi. Conosciamo bene i guasti prodotti dall’impulso di conservazione dei nostri interessi a qualsiasi costo. Il discepolo di Cristo, al contrario, trova la sua felicità nel dedicare la propria vita agli altri, agli ultimi, ai piccoli, al Divino stesso fatto uomo. Nel rifiuto a conservare se stesso per darsi tutto al Signore consiste la vera vita. "Vi è più gioia nel dare che nel ricevere" diceva Paolo di Tarso agli anziani della Sinagoga di Efeso, riportando una massima di Gesù ignota ai Vangeli.

La guida per i discepoli in missione, ovvero il decimo capitolo del Vangelo di Matteo, si conclude con ammonizioni sull'accoglienza loro riservata. È naturale che il cristiano si aspetti di essere ricevuto da coloro ai quali è inviato. Gesù stesso lo auspica e sottolinea la ragione di fondo: "Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato". Qui si condensa la dignità del discepolo: la completa dipendenza dal Signore, al punto che la sua presenza indica quella di Gesù stesso. Il discepolo deve venire accolto come "profeta", ovvero come colui il quale reca il Vangelo, perché non comunica la propria parola ma la Parola di Dio. E ricevere la Parola è la remunerazione promessa alle persone che accolgono. Il pellegrino cristiano non possiede né oro né argento, non ha bisaccia e neppure due tuniche e deve camminare senza portarsi né sandali né bastone. L'unica sua ricchezza è il Vangelo, di fronte al quale è misero e dal quale totalmente dipendente. Questa ricchezza dobbiamo accettare; questa ricchezza dobbiamo trasmettere. Amare è la dolce condanna cristiana.


Andrea Claudio Galluzzo