Il fuoco vivo di Gerusalemme

Abbiamo condiviso il respiro di Dio. Abbiamo provato insieme emozioni profonde e fortissime nell’eterna capitale di tutte le genti. E’ arduo rievocare attraverso parole quei sentimenti vissuti in Terra Santa con tanti nuovi, veri amici. Quell’aria dolce respirata durante i giorni del nostro pellegrinaggio, vissuto in un crescendo continuo di passione attraverso le vie di Israele e della Palestina, vivrà per sempre dentro di noi. Non starà ad invecchiare tra i nostri ricordi più belli, ma sarà il fuoco vivo che scalderà gli inverni del nostro cuore.


Il viaggio sulle rive del fiume Giordano e del lago di Galilea ci ha segnato per sempre. Quelle immagini, quelle riflessioni, quei canti e quelle preghiere collettive e solitarie hanno saziato la nostra anima. Il Vangelo s’è fatto tangibile e noi l’abbiamo finalmente compreso fino in fondo, piangendo spesso lacrime di Grazia. Anche in mezzo al caldo cocente abbiamo provato grandi brividi ripercorrendo le strade in mezzo al deserto o alla campagna solcata dalle palme sui passi di Gesù. Abbiamo assaporato i venti del Mediterraneo orientale a San Giovanni d’Acri, la brezza materna di Nazareth e del Tabor fino a Betlemme. Siamo giunti, finalmente, alle porte della città santa il cui architetto e costruttore è Dio stesso, ai piedi di Gerusalemme, l’antica capitale della Giudea, la nostra casa dell’anima.

Ma cos’è veramente la città di David? E’ la nostra avventura interiore, il nostro eterno viaggio, è l’incontro con Gesù, l’agognato dialogo con Dio. E’ la conquista del vero senso della vita. La Terra Santa è qualcosa di unico che si intreccia singolarmente col mondo interiore di ciascun pellegrino, con la sua fede, la sua speranza. Quando si arriva a Gerusalemme non si può evitare di meditare intensamente su ciò che vi è avvenuto: le narrazioni lontane nel tempo e nello spazio perdono di colpo la dimensione del passato e acquistano quella del presente.

Credere è certamente una questione intima e personale ma la Fede si alimenta di luoghi e di fatti, di realtà con le quali ogni pellegrino si trova a rapportarsi tangibilmente. Più che altrove, nella terra di Cristo, ciò che importa davvero è soltanto il nostro atteggiamento interiore: la nostra disponibilità ad accogliere il Sacro, ad affrontare le sensazioni forti che quella terra effonde, ad aprirci umilmente a Dio, ad abbandonarci al profumo di quei luoghi santi, a ricevere la carezza della Vergine e l’abbraccio di Gesù, a convertirsi allo Spirito attraverso la Parola con l’aiuto della preghiera e della meditazione. La ricerca spirituale è il vero pellegrinaggio e, in un modo o nell’altro, chiunque si rechi in Terra Santa sta cercando qualcosa dentro se stesso anche se non ne è consapevole. Gerusalemme rivela la relazione tra la Verità evangelica e la vita quotidiana: in quel luogo chi cerca trova per davvero.

La pietra bianca del Golgota parla. Comunica a chi vuole veramente ascoltare. E quella Parola cambia definitivamente la vita di chi la sente tanto che non è possibile sfuggire al Servizio verso il prossimo. Non si può spezzare il vincolo d’Amore con Cristo che si crea a Gerusalemme. Emerge grazie a questo fortissimo legame l’esigenza personale e comunitaria per una preghiera che non sia soltanto rivolta a salvare se stessi ma che si traduca in azioni concrete per salvare gli ultimi cristiani di Terra Santa. Non è più rimandabile l’impegno a favore di quelle comunità per l’importanza della loro testimonianza nei luoghi in cui Cristo si è incarnato.

Noi, come i primi seguaci di Gesù, abbiamo assaporato l’aria della capitale della Giudea ed abbiamo desiderato con tutto il cuore rimanere lì, a Gerusalemme, tra le pietre consunte del Santo Sepolcro, accanto a quella sempre più esigua minoranza cristiana. Come gli originari Canonici del Santo Sepolcro, leali servitori del Papa e del Patriarca Latino, dobbiamo sforzarci, oggi più di sempre, di mantenere sostegno e vicinanza ai nostri fratelli in Cristo spesso isolati e disprezzati. Per assolvere a questo impegnativo compito occorre diventare quanto più possibile docili allo Spirito Santo e praticare vera e profonda umiltà. Servono grandi motivazioni per realizzare tali opere di Carità: serve che arda dentro quel fuoco che solo può renderci imitatori di quei primi discepoli disposti a compiere davvero la volontà di Dio.

Ma non dobbiamo temere: è la Terra Santa stessa a regalarci la forza necessaria a realizzare ciò che è essenziale, a donarci la spinta per rilanciare la nostra testimonianza di fede. Il Santo Sepolcro ci rende missionari pronti ad accogliere Dio e, prima ancora che lo Spirito Santo ci indichi quali siano le azioni più utili da compiere, ci insegna a trasmettere la Parola al mondo seguendo il modello degli Apostoli della prima Chiesa di Gerusalemme, circondati da una comunità ove nessuno voleva mancare alle riunioni per la frazione del pane o alle preghiere nelle quali si ripetevano gli antichi salmi d'Israele. Perché tutti coloro che credevano stavano insieme, mettevano ogni energia in comune per sostenersi l’un l’altro. Noi pellegrini, se desideriamo davvero esser degni di dirci cristiani, non possiamo sfuggire al modello di vita apostolica dei discepoli di Gesù e, al disopra di tutto, abbiamo il dovere di assicurare ogni sforzo per sostenere la madre di tutte le chiese: Gerusalemme.

Se ti dimentico, Gerusalemme, si secchi la mia mano destra
(Salmo 137, 5)


Andrea Claudio Galluzzo

 

 

Firenze, 25 Dicembre 2012